Riordinando le carte di mio padre Saul ho ritrovato un
vecchio dattiloscritto un po’ consunto che contiene il testo delle conferenze
su “L’essenza del Cristianesimo”, pronunciate nel 1921 dal celebre sacerdote e
storico modernista Ernesto Buonaiuti, nello stesso anno in cui subì la prima
scomunica “a divinis”, cui seguì, pochi anni dopo, la scomunica definitiva. La
prima pagina porta la dedica: «Al carissimo S. Israel queste parole di speranza
e di fiducia. E. B.».
Mio padre era giunto in Italia per fare gli studi di
medicina da Salonicco, la Gerusalemme balcanica, dove la sua famiglia aveva una
posizione di prestigio: suo nonno era il rabbino Judah Nehama, fondatore in Oriente
dell’Alliance Israélite Universelle. A
Salonicco aveva frequentato il Liceo Italiano il cui preside era Alarico
Buonaiuti, e questi gli diede una lettera di presentazione per il fratello
Ernesto. Ne nacque un rapporto profondo e intenso, poiché il dialogo con un
giovane ebreo così colto nella propria fede era particolarmente importante per
un cattolico come Buonaiuti, proiettato verso il recupero delle radici originarie
dell’esperienza cristiana. Mio padre fu uno dei principali collaboratori della
rivista buonaiutiana Religio in cui
pubblicò un saggio sulle origini della setta dei Sadducei, e mantenne un
profondo rapporto con Buonaiuti fino alla morte, nel 1946. Fu un rapporto di
confronto anche franco: la copia dell’autobiografia di Buonaiuti Pellegrino di Roma porta commenti a
matita di mio padre talora critici. Ma Buonaiuti era una persona profondamente
aperta e riflessiva, e soprattutto intellettualmente onesta. Mio padre mi raccontò
che, per spiegare a Buonaiuti come fosse tutt’altro che ovvia l’immagine del
cristiano “caritatevole”, gli narrò un episodio: un giorno, a Salonicco, la
cameriera entrò in casa e si rivolse alla nonna dicendo: «Ho visto oggi in strada
una scena che avrebbe mosso a compassione perfino il cuore di un cristiano»…
Buonaiuti ne fu tanto sconvolto che – come disse a mio padre – non dormì una
notte intera per il turbamento.
La morte di mio padre, nel 1981, è strettamente legata a due
ricordi particolarmente cari. Il primo fu l’affetto con cui l’allora Rabbino
Capo Elio Toaff si recò immediatamente a benedire il defunto: un gesto compiuto
con una partecipazione indimenticabile. Il secondo fu la pubblicazione su La Stampa di un articolo del celebre
pensatore storico cattolico Arturo Carlo Jemolo (anche lui stretto
collaboratore di Buonaiuti), in cui evocava un episodio, per pura coincidenza
perché Jemolo non sapeva nulla della morte di mio padre. Questo era il
racconto: «… la domenica mattina soleva adunarsi in una casa di amici un gruppo
di giovani ad ascoltare Ernesto Buonaiuti… Nel gruppo entrò poi anche, dietro
preghiera del fratello di Buonaiuti, un ebreo di Salonicco, ventenne, molto
simpatico e rispettoso, attaccatissimo alla fede dei suoi avi. Ascoltò con
molta attenzione (ma chi mai poteva distrarsi alle lezioni di Buonaiuti?) e
solo dopo qualche tempo, entrato in familiarità con i coetanei, ad uno che gli
chiese le sue impressioni, rispose: «Grande
maestro; una gioia ascoltare le sue lezioni; ma io ebreo ho l’impressione che
voi cristiani abbiate relegato Dio Padre in soffitta». E Jemolo commentava:
«Quella cruda frase mi risuona all’orecchio», e ne traeva spunto per il suo
articolo su “la fede e le opere”.
Rigirando tra le mani quei fogli e una foto di Buonaiuti,
anch’essa con dedica, mi viene da pensare che tanto si parla di “dialogo” (in
particolare ebraico-cristiano) quanto si è persa la capacità di un dialogo
autentico: il che significa aperto e senza paura di confrontarsi, senza
reticenze ma con fiducia. Mi chiedo se un indizio di questa difficoltà è dato
dal modo con cui certe esperienze e personalità vengono cancellate, proprio
perché troppo aperte e autentiche. Buonaiuti è stato una delle grandi
personalità intellettuali nell’Italia della prima metà del Novecento. Eppure
chi lo conosce oggi? Fu autore di quasi quattromila scritti, tra cui molti
libri, ma questa letteratura è per lo più irreperibile. Le conferenze su
“L’essenza del Cristianesimo” sono state pubblicate qualche anno fa
dall’editrice Laterana: un gesto assai positivo nei confronti di uno
scomunicato. Non ho ancora confrontato il testo con il dattiloscritto in mio
possesso, ma non è un buon inizio che il nome dell’autore sia stato storpiato
in “Bonaiuti”…
Non va dimenticato che
Buonaiuti fu un fervente antifascista e uno di quei dodici docenti
universitari che rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al regime. Ma
dopo la fine della guerra fu il solo a non essere reintegrato nella cattedra in
base a una capziosa interpretazione del Concordato su cui si accordarono tutte
le forze politiche, a destra, al centro e anche a sinistra. Eppure Buonaiuti si
era orientato sempre più verso la sinistra, anche per l’influsso di uno dei
suoi più stretti allievi, il dirigente comunista Ambrogio Donini. Nonostante
vada tanto di moda (e da decenni) l’idea di una convergenza tra sinistra e
mondo cattolico, la figura di Buonaiuti è l’unica ad essere tenuta
rigorosamente fuori da questo panorama. Si è riabilitato mezzo mondo, a partire
da Galileo, ma la congiura del silenzio nei suoi confronti continua
implacabile. Si possono tentare molte spiegazioni di questo fatto. Ma forse un
indizio va cercato nell’acuta domanda di Alberto Cavaglion che mi risuona
sempre all’orecchio: «Come mai sono sempre i modernisti a essere emarginati?».
(Shalom, maggio 2013)
(Shalom, maggio 2013)


