martedì 18 giugno 2013

Dialogo tra le fedi senza paure né reticenze: il caso di Ernesto Buonaiuti


Riordinando le carte di mio padre Saul ho ritrovato un vecchio dattiloscritto un po’ consunto che contiene il testo delle conferenze su “L’essenza del Cristianesimo”, pronunciate nel 1921 dal celebre sacerdote e storico modernista Ernesto Buonaiuti, nello stesso anno in cui subì la prima scomunica “a divinis”, cui seguì, pochi anni dopo, la scomunica definitiva. La prima pagina porta la dedica: «Al carissimo S. Israel queste parole di speranza e di fiducia. E. B.».
Mio padre era giunto in Italia per fare gli studi di medicina da Salonicco, la Gerusalemme balcanica, dove la sua famiglia aveva una posizione di prestigio: suo nonno era il rabbino Judah Nehama, fondatore in Oriente dell’Alliance Israélite Universelle. A Salonicco aveva frequentato il Liceo Italiano il cui preside era Alarico Buonaiuti, e questi gli diede una lettera di presentazione per il fratello Ernesto. Ne nacque un rapporto profondo e intenso, poiché il dialogo con un giovane ebreo così colto nella propria fede era particolarmente importante per un cattolico come Buonaiuti, proiettato verso il recupero delle radici originarie dell’esperienza cristiana. Mio padre fu uno dei principali collaboratori della rivista buonaiutiana Religio in cui pubblicò un saggio sulle origini della setta dei Sadducei, e mantenne un profondo rapporto con Buonaiuti fino alla morte, nel 1946. Fu un rapporto di confronto anche franco: la copia dell’autobiografia di Buonaiuti Pellegrino di Roma porta commenti a matita di mio padre talora critici. Ma Buonaiuti era una persona profondamente aperta e riflessiva, e soprattutto intellettualmente onesta. Mio padre mi raccontò che, per spiegare a Buonaiuti come fosse tutt’altro che ovvia l’immagine del cristiano “caritatevole”, gli narrò un episodio: un giorno, a Salonicco, la cameriera entrò in casa e si rivolse alla nonna dicendo: «Ho visto oggi in strada una scena che avrebbe mosso a compassione perfino il cuore di un cristiano»… Buonaiuti ne fu tanto sconvolto che – come disse a mio padre – non dormì una notte intera per il turbamento.
La morte di mio padre, nel 1981, è strettamente legata a due ricordi particolarmente cari. Il primo fu l’affetto con cui l’allora Rabbino Capo Elio Toaff si recò immediatamente a benedire il defunto: un gesto compiuto con una partecipazione indimenticabile. Il secondo fu la pubblicazione su La Stampa di un articolo del celebre pensatore storico cattolico Arturo Carlo Jemolo (anche lui stretto collaboratore di Buonaiuti), in cui evocava un episodio, per pura coincidenza perché Jemolo non sapeva nulla della morte di mio padre. Questo era il racconto: «… la domenica mattina soleva adunarsi in una casa di amici un gruppo di giovani ad ascoltare Ernesto Buonaiuti… Nel gruppo entrò poi anche, dietro preghiera del fratello di Buonaiuti, un ebreo di Salonicco, ventenne, molto simpatico e rispettoso, attaccatissimo alla fede dei suoi avi. Ascoltò con molta attenzione (ma chi mai poteva distrarsi alle lezioni di Buonaiuti?) e solo dopo qualche tempo, entrato in familiarità con i coetanei, ad uno che gli chiese le sue impressioni, rispose: «Grande maestro; una gioia ascoltare le sue lezioni; ma io ebreo ho l’impressione che voi cristiani abbiate relegato Dio Padre in soffitta». E Jemolo commentava: «Quella cruda frase mi risuona all’orecchio», e ne traeva spunto per il suo articolo su “la fede e le opere”.


Rigirando tra le mani quei fogli e una foto di Buonaiuti, anch’essa con dedica, mi viene da pensare che tanto si parla di “dialogo” (in particolare ebraico-cristiano) quanto si è persa la capacità di un dialogo autentico: il che significa aperto e senza paura di confrontarsi, senza reticenze ma con fiducia. Mi chiedo se un indizio di questa difficoltà è dato dal modo con cui certe esperienze e personalità vengono cancellate, proprio perché troppo aperte e autentiche. Buonaiuti è stato una delle grandi personalità intellettuali nell’Italia della prima metà del Novecento. Eppure chi lo conosce oggi? Fu autore di quasi quattromila scritti, tra cui molti libri, ma questa letteratura è per lo più irreperibile. Le conferenze su “L’essenza del Cristianesimo” sono state pubblicate qualche anno fa dall’editrice Laterana: un gesto assai positivo nei confronti di uno scomunicato. Non ho ancora confrontato il testo con il dattiloscritto in mio possesso, ma non è un buon inizio che il nome dell’autore sia stato storpiato in “Bonaiuti”…
Non va dimenticato che Buonaiuti fu un fervente antifascista e uno di quei dodici docenti universitari che rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al regime. Ma dopo la fine della guerra fu il solo a non essere reintegrato nella cattedra in base a una capziosa interpretazione del Concordato su cui si accordarono tutte le forze politiche, a destra, al centro e anche a sinistra. Eppure Buonaiuti si era orientato sempre più verso la sinistra, anche per l’influsso di uno dei suoi più stretti allievi, il dirigente comunista Ambrogio Donini. Nonostante vada tanto di moda (e da decenni) l’idea di una convergenza tra sinistra e mondo cattolico, la figura di Buonaiuti è l’unica ad essere tenuta rigorosamente fuori da questo panorama. Si è riabilitato mezzo mondo, a partire da Galileo, ma la congiura del silenzio nei suoi confronti continua implacabile. Si possono tentare molte spiegazioni di questo fatto. Ma forse un indizio va cercato nell’acuta domanda di Alberto Cavaglion che mi risuona sempre all’orecchio: «Come mai sono sempre i modernisti a essere emarginati?».
(Shalom, maggio 2013)

domenica 9 giugno 2013

Il merito perduto in un quiz


Così, dopo il pasticcio dei “bonus” che premiano il demerito, il nuovo ministro ha dovuto rimediare un altro pasticcio: quello della sovrapposizione tra esami di maturità e test di ammissione alle facoltà universitarie a numero chiuso. E ha dovuto farlo rinviando i test a settembre. La scelta ragionevole è stata accolta dai più con favore, con la motivazione sacrosanta che i test intralciavano in modo inaccettabile la preparazione della maturità. È da attendersi che il decreto di prossima emanazione aggiusti anche la faccenda dei “bonus”.
Tuttavia, a questo punto, è inevitabile una considerazione generale. Dopo una sequenza di pessime prove o veri e propri fallimenti, di cui è persino difficile stendere l’elenco, s’impone di affrontare il tema della valutazione e della verifica del merito in modo globale e secondo un disegno coerente. I guai non vengono soltanto dal fatto che negli anni si è accumulata una congerie di provvedimenti parziali, un bricolage riformatore sconclusionato che poteva produrre soltanto disastri. I guai derivano anche dal fatto che tale bricolage non risponde ad alcun disegno organico di come premiare il merito – malgrado tutti straparlino di “meritocrazia” – bensì è la risultante di una serie di idee diverse e persino contrastanti proposte da soggetti spesso in conflitto tra loro. C’è chi spinge per l’abolizione del valore legale del titolo di studio o dell’esame di maturità, chi per una linea privatistica; chi, al contrario, per un rafforzamento statalista; chi vuole riqualificare la funzione dell’insegnante come valutatore; chi lo vuole mero “facilitatore”, trasferendo la valutazione a sistemi esterni, che per alcuni sono strutture tecniche autonome, per altri assoggettate allo stretto controllo ministeriale. In questo bailamme – in cui molti enunciano gli stessi obbiettivi pensandoli attuati in modo diametralmente opposto – l’unico risultato è l’affondamento del sistema dell’istruzione.
È assai apprezzabile che il sottosegretario Rossi Doria si sia dichiarato nettamente contrario all’introduzione del teaching to the test e quindi all’uso dei test Invalsi nell’esame di terza media. Ma spero ci si renda conto che ormai il teaching to the test è diventato una disgraziata realtà nella scuola italiana e buona parte dei buoi sono usciti dalla stalla. Questo lo sanno tanti insegnanti e tante famiglie che assistono impotenti alla sospensione della didattica ordinaria per l’addestramento ai quiz. Se si vuol compiere una scelta che ormai trova opposizioni crescenti nei paesi che l’hanno fatta, ci si assuma almeno la relativa responsabilità alla luce del sole. È inaccettabile che questo avvenga surrettiziamente o come sottoprodotto dello stato confusionale di cui sopra.
È giunto il momento che ci si assuma la responsabilità di scegliere un indirizzo chiaro e trasparente, rispondente a una precisa idea d’istruzione e di valutazione, con il prezzo inevitabile di scontentare qualcuno. Noi questa idea d’istruzione e di valutazione l’abbiamo e la stiamo difendendo a chiare lettere da tempo. Essa si basa sull’idea che, nella tanto proclamata “società della conoscenza”, un paese che non voglia sprofondare nell’arretratezza deve preparare i propri giovani a un alto livello, quale che sia la natura dei percorsi di formazione (classico, scientifico, tecnico, professionale). Non è coerente con l’obbiettivo di premio della qualità sentirsi da dire da un figlio che detesta la letteratura perché ormai per lui si identifica con antologie di miserando livello in cui, dopo brani di poche righe, si “somministrano” quiz a crocette sul senso del testo; o sentirsi dire che detesta la matematica perché viene proposta come una miscela di “leggi” e “regole” da mandare a memoria, di problemini senza senso, seguiti dalle solite “verifiche” a quiz. Non è coerente con le chiacchiere sul merito promuovere una didattica che conviene ai peggiori insegnanti, quelli che vegetano dietro quiz e domandine, esentati dal produrre un autentico impegno intellettuale ed educativo. A noi piace un’idea di scuola in cui l’insegnante assuma una funzione centrale al prezzo di una seria valutazione, ma senza quiz e altri marchingegni fallimentari.
In decenni di chiacchiere sulle riforme istituzionali l’assenza di un disegno organico ha prodotto una pessima riforma del Titolo V della Costituzione e pessime riforme elettorali. Non diversamente nell’istruzione. Come nel primo caso, è giunto il momento di un ineludibile ripensamento complessivo basato su idee chiare, esplicite e culturalmente dignitose.
(Il Mattino e Il Messaggero, 8 giugno 2013)

mercoledì 5 giugno 2013

La maturità e il “bonus” premia-ciucci


A norma di un decreto di un mese fa agli studenti che conseguiranno il diploma di maturità con almeno 80/100 sarà conferito un “bonus” da 4 a 10 punti da sommare al punteggio che otterranno nel test nazionale di ammissione alle facoltà universitarie a numero chiuso. Allo sventurato che voglia capire il meccanismo di assegnazione dei punti si dice che il voto ottenuto alla maturità dà diritto a un incremento «in rapporto alla distribuzione in percentili dei voti ottenuti dagli studenti che hanno conseguito la maturità nella stessa scuola nell’anno scolastico 2011-12». Se vorrà approfondire il senso di questo gergo troverà nel sito www.universitaly.it un tabulato che specifica gli incrementi scuola per scuola: 208 pagine… Il succo di questa cabala numerica è che per ottenere il massimo dei punti occorre un punteggio che, nell’anno precedente, sia stato superato da una percentuale molto bassa di studenti della propria scuola; se ne otterranno di meno con un punteggio che, nell’anno precedente, sia stato superato da una percentuale nettamente più alta di studenti; e così via. Se si esplora l’immane tabulato, prendendo ad esempio scuole notoriamente eccellenti e altre notoriamente mediocri, si constata che nelle prime è difficilissimo ottenere “bonus” significativi, al contrario delle seconde. È evidente che il meccanismo produce un forte appiattimento e ingiustizie plateali. Non a caso le proteste fioccano.
Un’analisi anche sommaria mette in luce quattro aspetti. 1) Si voleva differenziare le scuole per merito e, in virtù del meccanismo escogitato, si è ottenuto l’effetto contrario. 2) Ogni studente, invece di essere valutato per i suoi meriti, è valutato per il luogo che frequenta e nel confronto con la figura astratta di “studente quadratico medio” della scuola, il che è sbagliato e ingiusto (pochi punti possono essere decisivi). 3) Per l’ennesima volta si dimentica la legge di Campbell: «quanto più un indicatore sociale viene usato per prendere decisioni, tanto più sarà soggetto a pressioni corruttive e sarà atto a distorcere e corrompere i processi sociali che dovrebbe valutare». Se questo sciagurato sistema non verrà spazzato via, ogni scuola si metterà a calcolare il modo per attrarre il massimo numero di studenti con il miraggio del massimo “bonus”. Avremo commissioni d’istituto preposte a questi calcoli e gli insegnanti saranno indotti a dare giudizi conformi al conseguimento dell’obbiettivo. 4) Infine, quali costi ha avuto questa operazione, quanta gente è stata impiegata per eseguire questi calcoli insensati? Ancora una volta nessuno risponderà di un simile sperpero di denaro pubblico in tempi di tanta ristrettezza per l’istruzione?
L’aspetto 2) evoca il caso di Naftalij Frenkel che, da detenuto del Gulag staliniano, ne divenne uno degli organizzatori, sostituendo al primitivo e inefficiente sistema di gestione, un sistema efficiente in quanto basato su una ripartizione analitica del cibo secondo fasce di “merito”. L’unica differenza è che il sistema di Frenkel faceva fuori scientificamente i più deboli mentre questo li favorisce. Ma l’approccio spersonalizzante è lo stesso ed è da chiedersi perché mai in questo paese, quando si parla di “merito” o di “efficienza” si debba finire sistematicamente col ricorso a modelli autoritari e dirigisti, oltretutto declinati all’inverso, cioè secondo una logica che premia il demerito facendo finta di penalizzarlo. Sarà forse un’eredità imperitura del totalitarismo fascista che, con anni e anni di ministero Bottai, ha impregnato il sistema dell’istruzione?
Ma c’è qualcosa di non meno perturbante: da mane a sera siamo assordati dalle rapsodie di un’orchestra di tromboni “meritocratici” per poi assistere a risultati del genere. È difficile trovare altra spiegazione se non il commento sconsolato di un professore che, esausto dai vani tentativi di produrre qualcosa di fattivo nella gestione del proprio istituto, osservò che il male principale di questo paese è preferire le chiacchiere alle realizzazioni concrete e semplici. Nel sistema dell’istruzione questa inconcludenza si manifesta con il prevalere dei formalismi burocratici, assortiti da un feticismo dei numeri che solo chi conosce davvero i numeri sa quanto sia provinciale. Mi scrive un direttore di dipartimento universitario terrorizzato per il diluvio di obblighi valutativi che piove sull’università: niente più «studiare, scrivere, fare lezione, seguire tesi di laurea, dialogare con gli studenti, creare occasioni di discussione; ma occupare settimane a decifrare leggi fumose e contraddittorie, partecipare a interminabili riunioni di indottrinamento amministrativo, compilare moduli». Non più insegnare, ma «erogare didattica», nell’orrido lessico ministeriale. Ora le scuole vedranno ridotto il tempo dedicato alla loro missione specifica – già mutilato da una marea di certificazioni e di scartafacci – dalla necessità di mettere in moto un meccanismo concorrenziale non sulla qualità dell’insegnamento, ma sulla gara a chi costruisce le più furbe alchimie numeriche.
È facile capire come mai, in un simile contesto, prevalga chi è capace di produrre solo farragini inutili o dannose, come nel caso in oggetto, dopo le tante prove a test fallimentari, la sgangherata agenda digitale o il progetto di scuola “centro civico”. Inevitabilmente, gli orchestrali di questa rapsodia non sono persone che vogliono fare cose ragionevoli e costruttive, ma un battaglione di manager e tecnocrati “gestionali” che, falliti nel loro ambito, sfogano le loro frustrazioni nell’istruzione con progetti universali, di burocrati e azzeccagarbugli delle normative; il tutto con un contorno di sadismo nei confronti di studenti e insegnanti.
Naturalmente, in capo a tutte le responsabilità è quella della politica. E se qualcuno ha sbagliato, e troppo, nel recente passato, ci si attende dal nuovo ministro che cambi registro in modo radicale, facendo piazza pulita di prassi che stanno facendo a pezzi il sistema italiano dell’istruzione e minano le possibilità di ripresa del paese. Per cambiare registro basterebbe solo tornare al buon senso, essere un po’ cartesiani nel senso delle “idee chiare e distinte”. Molti si stanno rendendo conto che l’unico modo di affrontare le riforme costituzionali ed elettorali è di adottare un approccio “cartesiano”. Perché non dovrebbe essere lo stesso per l’istruzione?

(Il Mattino, 3 giugno 2013)

domenica 2 giugno 2013

LINCOLN E I BREVETTI GENETICI


Se non avesse altri meriti, il film di Steven Spielberg andrebbe premiato soltanto per aver fatto citare a Lincoln, Gerusalemme ed Euclide: nel cuore abita la massima aspirazione di calcare le pietre della città santa, nella mente abita la logica del grande matematico che ha insegnato che, se due cose sono uguali a una terza, sono uguali tra loro. Sono i fondamenti profondi della civiltà occidentale che risalgono all’idea – come fu detto efficacemente – di pensare Atene come un quartiere di Gerusalemme, i grandi pensatori greci come eredi di Mosé e antesignani di Cristo (“precursor Christi in naturalibus”, si diceva di Aristotele). Naturalmente in Lincoln abitavano anche gli spiriti animali del capitalismo e – a proposito della controversa questione dei “brevetti della vita”, divenuta bollente di fronte al diffondersi della pratica di asportare gli organi geneticamente difettosi – Massimo Gaggi ha ricordato un’altra frase di Lincoln che è alla base del principio della messa in Costituzione dei brevetti: «Il fuoco del genio va alimentato col carburante dell’interesse». Ma qui occorre andarci cauti perché quell’idea del ruolo dell’interesse e del denaro nel progresso materiale e sociale si stagliava sul fondale di una visione profondamente morale e religiosa che permeava tutta la società americana. Ripensare a quella frase sullo sfondo secolarizzato di oggi evoca un senso di profondo spaesamento. Nel contesto attuale è pensabile di usare il carburante dell’interesse anche appropriandosi con brevetti del materiale genetico della persona umana: qualcosa di inconcepibile per un americano dell’epoca di Lincoln, non soltanto in termini di realizzabilità e ragionevolezza, ma dal punto di vista morale. Fino a poco tempo fa quando si pensava al “fuoco del genio”, all’invenzione tecnologica, l’uomo restava al di fuori dello scenario: egli era il soggetto e mai l’oggetto del processo. In fondo, vediamo proprio qui come tutte le categorie con cui continuiamo a ragionare, anche in economia, sono obsolete rispetto a un’immagine del capitalismo che la tecnoscienza ha modificato in profondità, mettendone fuori gioco anche i miti fondatori, per cui riferirsi ad essi come a pilastri imperituri in un fondale radicalmente mutato, appare derisorio e impotente. Con lo slogan “From Plato to Nato”, emblema del rifiuto postmoderno dell’“essenzialismo”, Euclide e Gerusalemme sono stati rottamati.
La questione della legittimità di brevettare la genetica umana è ora di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti e, siccome la questione morale non è più dirimente, lo è divenuta quella scientifica. A chi afferma che la scoperta di una pianta o di un insetto sconosciuti non danno diritto di brevettarli, la difesa della società Myriad Genetics oppone che le sequenze genetiche non esistono in natura e che la decisione di dove iniziano e dove finiscono non ha nulla di naturale: si sta brevettando un’“astrazione” derivante da un’analisi scientifica che isola un gene in quanto ritenuto un fattore di rischio di una malattia. A ben vedere, si tratta di un’osservazione fondata, ma proprio per questo rivela la paranoia delirante che è alla base della pretesa di ricavarne un diritto al brevetto. Quel che la difesa della Myriad Genetics sta descrivendo è, né più né meno, il procedere della scienza, di tutta la scienza. Di conseguenza, ne discenderebbe il diritto di brevettare ogni parte della natura che sia stata identificata mediante un’astrazione scientifica. Ad esempio, l’elettrone nacque astrattamente, come l’idea della quantità fondamentale di carica elettrica, e soltanto dopo venne riempito di un riferimento concreto, materiale, isolando una particella corrispondente a quel concetto. Se è fondato il ragionamento della difesa della Myriad Genetics – e lo è – assai sciocco fu chi non pensò di brevettare l’elettrone (o sfortunato, se non poteva farlo): oggi sarebbe padrone di mezzo mondo. Si potrebbe continuare a divertirsi con esempi. Chi può dire seriamente che i campi magnetici, i campi di forze, o l’attrazione gravitazionale esistano in natura? Sono costruzioni scientifiche ottenute isolando dei fattori, e discriminando, nell’intrico dei fenomeni, dove iniziano e finiscono. A suon di brevetti, gli eredi di Newton e di Maxwell sarebbero i signori dell’universo e non si potrebbe neanche fare un salto in alto o farsi cascare una mela in testa senza pagare loro una quota.
Purtroppo c’è poco da ridere perché siamo di fronte al delirio di potenza di una tecnoscienza che non ammette limiti al proprio operare. L’unico freno potrebbe essere posto da un uso ragionevole della ragione e dei principi morali. Ma le voci di Euclide e di Gerusalemme sono ormai molto flebili.
(Il Foglio, 1 giugno 2013)

domenica 26 maggio 2013

E dalli con l'odio anti-israeliano dei 5Stelle

Qui
Condito di un'ignoranza storica da analfabeti di ritorno.

venerdì 24 maggio 2013

Asportazione preventiva degli organi, la resa della medicina


Dopo il caso di Angelina Jolie ecco quello di un cinquantenne inglese che si è fatto asportare preventivamente la prostata avendo scoperto di essere portatore del gene difettoso BRCA2. Chi difende questo andazzo fa appello al severo monito delle certezze scientifiche. Ma la scienza offre raramente certezze e il vero spirito scientifico è soprattutto una pratica del dubbio critico. Quando, da studente, chiesi a un noto matematico consigli sul modo migliore di studiare mi rispose: «Tenti di dimostrare in tutti i modi che quel che legge o le viene detto è falso». Le certezze sono un materiale altamente pericoloso. Nel campo medico, i casi in cui uno stato genetico implica con certezza il prodursi di una malattia sono pochissimi. Per il resto, si possono fare solo stime di probabilità e il calcolo delle probabilità è una delle scienze più irte di trabocchetti.
È evidente a chiunque che, se lancio una moneta non truccata, la probabilità che esca testa (o croce) è il 50%, anche se, nella realtà, la moneta potrebbe spaccarsi o restare in bilico. È una stima basata sul ragionamento, che trova conferma solo dopo migliaia di lanci, quando il numero di teste o croci è quasi uguale. Ma le situazioni non sono quasi mai così semplici e la determinazione delle probabilità di contrarre il cancro perché si è portatori del gene BRCA1 o BRCA2 è ben più complicata. La difficoltà con le probabilità ricavate da dati empirici è che si basano su campioni che debbono essere rappresentativi della popolazione globale. Nel nostro caso, l’unico modo attendibile sarebbe di fare uno “screening” genetico su un campione numeroso e ben miscelato di individui sani e seguire negli anni l’evoluzione della loro salute. Poiché questo è praticamente impossibile si procede stimando quanti tra i malati sono portatori del difetto genetico. Pur ammettendo che i campioni di malati siano rappresentativi, non lo sono della popolazione totale. Se anche si scoprisse che un terzo di questi malati è geneticamente difettoso, non si può escludere che lo sia anche un terzo o più della popolazione totale (inclusi quindi coloro che non contrarranno la malattia). Se poi – stando alle dichiarazioni degli oncologi – le percentuali sono nettamente più basse, parlare di interventi chirurgici preventivi è a dir poco avventato. Dal punto di vista scientifico si tratta di correlazioni troppo deboli per determinare scelte di vita di enorme portata. Una visione seria dovrebbe considerare assieme tutti gli altri fattori di malattia per non dire il rischio di finire sotto un’automobile o di morire di infarto per un dispiacere. Eliminarli tutti –unico atto davvero scientifico – equivarebbe a decidere di non vivere. Comunque, una donna che proceda alla mastectomia o un uomo alla prostatectomia, preventivamente e non per malattia conclamata, potrebbero non ammalarsi mai; o forse si ammaleranno, ma non essendosi negata la possibilità di avere figli e di vivere una vita piena, invece di mutilarla in omaggio a un dubbio calcolo di probabilità.
I dissesti sociali e psicologici derivanti da un simile approccio sono evidenti e si legano a un male delle nostre società: la considerazione della malattie, e soprattutto delle malattie mortali, come eventi terrificanti e vergognosi da sopprimere con ogni mezzo, nell’illusione che possano essere cancellati del tutto dal panorama della vita umana.
Tutto ciò conduce al tema dello statuto della medicina. Un tempo essa si limitava a una funzione meramente palliativa nei confronti di colui che si rivolgeva al medico “sentendosi” malato. L’enorme progresso della medicina scientifica è di aver costruito gli strumenti per analizzare oggettivamente la malattia, non solo per curarla più efficacemente ma per scoprire la sua presenza ai primi stadi in cui il malato “non sa di esserlo”. Il passo successivo ha messo in gioco la prevenzione e l’obbiettivo più ambizioso: scoprire il “potenziale malato inconsapevole”. La prevenzione è il tema più importante di tutti. Esso riguarda la relazione tra malattie e stili di vita e richiede un grande impegno per la complessità dei problemi in gioco. Il secondo è assai più problematico: non solo perché è avventato ridurre a tutto a cause genetiche, o anche considerarle preponderanti, ma per la leggerezza con cui si pretende di fare previsioni esatte in un campo come quello biologico enormemente più complesso di altri ambiti in cui pure la previsione affanna. Sarebbe una perdita drammatica se un’attività complessa come la medicina – che mette in gioco tecnica, scienza e molte altre conoscenze e “arti” – perdesse il nucleo della sua ricchezza, la clinica, per ridursi a un dipartimento della genetica. La medicina ha in primo luogo come oggetto le persone, e non particelle materiali determinate da leggi cieche. E le persone vanno pensate nella loro individualità soggettiva che rappresenta ciascuna un caso a sé stante che coinvolge una molteplicità di aspetti di cui quello genetico è solo uno, e forse neppure il più importante.

(Il Messaggero, 23 maggio 2013)